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La correlazione fra etica ed estetica di Alfredo Jaar

Alfredo Jaar

Alfredo Jaar

Artista, architetto di formazione e film-maker, Alfredo Jaar nasce nel 1956 in Cile e si forma durante la dittatura militare di Pinochet, producendo diversi lavori esplicitamente critici rispetto al regime. Si trasferisce nel 1982 a New York. Nei vent’anni successivi partecipa alle maggiori mostre e rassegne internazionali. Nell’arco del suo percorso Alfredo Jaar instancabilmente si interroga su come l’arte possa interagire con il contesto sociale e politico più vasto; affronta temi di assoluta rilevanza, legati in molti casi a situazioni di urgenza umanitaria, di oppressione politica e di emarginazione sociale, di scarsa considerazione dei diritti umani e civili. Si concentra in particolare su situazioni che la nostra coscienza tende a rimuovere e sulla retorica attraverso la quale i media manipolano e trasmettono le informazioni. Con le vicende che tratta, l’artista si confronta direttamente dando voce e volto alle vittime e ai testimoni. Jaar crede in una correlazione tra etica ed estetica, attribuisce fondamentale importanza a un ruolo attivo e socialmente responsabile della cultura e insiste sulla necessità di ribadire, attraverso l’energia creativa dell’arte, posizioni etiche, anche fortemente critiche, di fronte a temi difficili e a fatti gravi come ingiustizie, genocidi, emergenze umanitarie. Nelle sue opere, sempre improntate a estrema perfezione formale, adotta linguaggi e strumenti diversi, dalla scultura all’installazione, dal video alla fotografia, al light box fino ad opere di dimensioni ambientali. La mostra, realizzata in stretta collaborazione con l’artista, rappresenta un percorso attraverso le sue opere più importanti, rappresentative di oltre vent’anni di lavoro.

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The Sound of Silence del 2006 è una delle opere più importanti di Jaar: una grande scatola al cui interno è uno schermo e all’esterno una parete di neon. Per entrarvi occorre attendere che l’apposito segnale rosso diventi verde. Si assiste quindi a un video di otto minuti dove su schermo nero scorrono frasi in bianco con la storia del fotografo sudafricano Kevin Carter, autore di una foto scioccante realizzata in Sudan nel 1993, dove una bambina denutrita e prossima alla morte arranca a quattro zampe, scortata da un avvoltoio che attende la sua fine. Carter ha vinto il Premio Pulitzer per questa immagine che ha fatto il giro del mondo, ma pochi mesi dopo si è tolto la vita, oppresso dalle accuse di aver preferito realizzare la sua foto, piuttosto che aiutare la bambina a sopravvivere. Un momento prima che compaia la foto si viene accecati da due potenti flash. “I media sono diventati un business come un altro” – dice Jaar – facendoci riflettere sulla nostra responsabilità di consumatori.

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Untitled (Water) del 1990 presenta sei light boxescon scorci di mare nella Baia dell’Incontro di Hong Kong, dove, durante gli Anni Ottanta, approdavano gli esuli vietnamiti alla ricerca di un’esistenza migliore e che venivano invece arrestati e imprigionati. Di fronte a questi scorci marini, trenta specchi riflettono i volti di questi esuli disperati.

Alfredo Jaar

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Lament of the Images (Version 1), presentata nel 2002 a Documenta 11 (Kassel), denuncia, con la lettura di tre testi seguiti dall’esperienza di una luce accecante emessa da un grande schermo bianco, una cecità metaforica ovvero “l’impossibilità di vedere la realtà al di fuori dei media”, l’indisponibilità delle immagini, il loro sequestro e la loro completa gestione.

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Alfredo Jaar

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Fonte: http://www.hangarbicocca.org/